Cronache dal Festival: cercare verità e giustizia, interrompere le catene dell’odio

6 maggio 2017

Di Angelo Miotto, foto Leonardo Brogioni
Riprese Alberto Pagano, editing Davide Marchesi e Sirai Bucarelli.

Partiamo dalla fine, perché Corriamo per i Diritti Umani, corsa non competitiva organizzata dal Festival intorno al Parco Sempione ha visto validi atelti e tante persone coinvolte dopo la proiezione del film Free Run, che racconta la storia dell’emancipazione femminile nella corsa. Le donne hanno dovuto lottare persino per ottenere il semplice diritto di correre. Da Bobbi Gibb e Kathrine Switzer (le prime donne a partecipare alla maratona di Boston) a Fred Lebow (l’inventore della maratona di New York). Abbiamo corso anche per dieci attivisti che sono detenuti e repressi, segnalateci da Amensty International e disegnati dalla matita di Gianluca Costantini, narratore per immagini di questa edizione del Festival.


E adesso verità e giustizia nella storia di tre donne in questa giornata numero quattro del Festival che raccontano della loro ricerca di verità e giustizia. E vengono da tre parti del mondo distanti fra loro.

Ella Kesaeva è una nonna di Beslan, dove nel 2004 ha perso un nipote, nell’attacco alla scuola.

Assa Traoré è sorella di Adama, ucciso di botte dai gendarmi francesi.

Angela Gui non ha notizie del padre, cinese, da tanti, troppi mesi. E hanno raccontato la loro storia qui al Festival, con semplicità e in maniera molto diretta.

Verità e giustizia viene chiesta e rivendicata da un’altra donna, questa volta italiana: Cristina Cattaneo, medico legale che cerca di risalire alle identità di tanti, troppi morti del Mediterraneo. Il caso più eclattante è quello dei settecento dell’aprile 2015. Tanti giovani, molti ragazzi. Cattaneo in omaggio ai diritti dei vivi spiega perché è importante dire chi è morto e avere anche le carte che certifichino, oltre a un ricordo. Un diritto non solo umano, ma anche una porta verso libertà civili di chi resta.

Cyberbulli e cyberpupe: libertà e limiti nel web. Il titolo dei lavori della mattina era esplicito, gli ospiti hanno parlato in maniera chiara di fronte a un interessante fenomeno, impossibile da evitare. Una platea di ragazze e di ragazzi che vive il fenomeno del bullismo, fisico o digitale, o che ne sente parlare nella propria quotidianità messa di fronte a degli adulti, specialisti, che parlano di loro, ma forse non la stessa lingua. Uno scambio difficile, vocabolari che cercano di avvicinarsi.

 

C’è il Garante delle Comunicazioni, un professore di vasta esperienza e di grande cultura, che cerca di appassionare la platea, c’è Giovanni Ziccardi, giurista, che ha nella chiarezza e nel saper modulare il proprio lessico un punto di forza e l’avvocata Silvia Belloni, dell’Ordine degli avvocati di Milano. Ziccardi racconta le difficoltà di chi non denunica di essere vittima, racconta delle responsabilità delle piattaforme digitali, ma dice chiaro e tondo ai giovani in sala che per fermare la catena dell’odio, basta interromperla.

Quando ti passano quella foto puoi decidere di buttarla e non condividerla. Poi lezioni interattive fra Parole O_stili e il centro Kennedy per i diritti umani e Vox Diritti che ha presentato una interessante ricerca sulle parole che fanno male, con Cecilia Siccardi e Massimo Clara.

E poi Radio popolare con uno studio mobile, Diana Santini con ospiti e musica. Insomma: è andata così.

Appuntamento a sabato alle 10.30 con una domanda molto interessante: a cosa serve l’arte se non cambia lo stato delle cose? E L’intervista di Danilo De Biasio ad Ai Weeiwei.

Vi aspettiamo.

Ai-Weiwei-Milano

 

 

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