Cronache dal Festival 2018: terzo giorno

23 marzo 2018

di Angelo Miotto e Nicola Chiappinelli
Foto: Leo Brogioni

Scorre la terza edizione del Festival dei Diritti Umani, e le parole e le immagini si susseguono goccia dopo goccia, sperando non vadano perse. Proprio come l’acqua, protagonista in questo giovedì 22 marzo che ha sposato il World Water Day, la giornata mondiale dedicata all’attenzione per la risorsa più importante, e certamente anche quella più maltrattata, dell’intero pianeta.
C’è scritto risorsa, ma si legge “bene comune pubblico”; o ancora “patrimonio dell’umanità”; oppure, semplicemente, “diritto umano universale“. Come ha ribadito, ai tanti studenti presenti alla Triennale, Giovanna Procacci del Contratto mondiale sull’acqua, ricordando però come questo diritto sia stato riconosciuto dall’Assemblea generale dell’Onu soltanto nel 2010. Un riconoscimento forse postumo e dai caratteri ancora vaghi, visto che in molti faticano ancora ad avere accesso all’acqua potabile e considerato soprattutto come si tratti di una risorsa tutt’altro che illimitata.

L’acqua è poca, va distribuita e va soprattutto tutelata. Innanzitutto dall’inquinamento, da chi ha permesso che nei nostri rubinetti, e quindi nel nostro organismo, arrivassero tante macroscopiche fibre di plastica. È il frutto di uno studio condotto alcuni mesi fa da Orb Media, organizzazione non profit di Washington, citato da Mascha Stroobant, l’esperta in botanica ed ecologia marina intervenuta a spiegare ai ragazzi che, certo, «non saremmo mai le persone che siamo senza plastica, ma ne abbiamo fatto un uso smodato, sbagliato».
È necessario quindi un intervento dall’alto, che non si limiti però ad attendere l’arrivo delle piogge: «Una politica che non è in grado di controllare quello che succede nel proprio Paese non può governare: le microplastiche sono un rischio per la salute, per la fertilità, per la sopravvivenza».

La fotogallery di Leonardo Brogioni.

Plastica che è diventata purtroppo protagonista tra le maglie della nostra acqua corrente tanto quanto lo è dei nostri mari, trasformati in vere e proprie discariche a cielo aperto, frutto più o meno volontario dell’approccio “usa e getta” di un capitalismo portato a limiti estremi. Come ha fatto notare Federico di Penta di Marevivo, tra poche decine di anni «il peso della plastica in mare sarà superiore a quello dei pesci». Ed è una delle poche previsioni attuali, perché non sappiamo in realtà quali impatti avrà a lungo termine questo problema.

«La Terra non dovrebbe chiamarsi Terra, perché è fatta di acqua». La frase di Masha Stroobant è un ottimo punto di partenza per parlare di Waterbgrabbing, il libro firmato da Marirosa Iannelli ed Emanuele Bompan, protagonisti del dibattito pomeridiano con Livia Pomodoro, presidente di Milan Center For Food Law And Policy.

Watergrabbing è la parola chiave per le guerre del futuro: acqua scarsa nel pianeta, troppa acqua consumata nella produzione di alimenti e lavorazioni che utilizzano le multinazionali, mani avide di centri di profitto che si accaparrano l’oro blu, a qualsiasi costo. Iannelli e Bompan uniscono il fascino della narrazione dei loro viaggi, reportage giornalistici e scientifici, delle fotografie e video che hanno riunito nel sito www.watergrabbing.it.

Oggi si riprende con il tema dei migranti ambientali, una delle crisi planetarie che dovranno essere affrontate sia nel creare strutture capaci di acogliere, sia cercando di risolvere le cause che portano al surriscaldamento globale. L’illustrazione di Gianluca Costantini.

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