Dopo quasi due anni di consultazioni il Fondo Verde per il Clima ha finalmente adottato, nel corso della 19esima riunione del Consiglio Direttivo di fine febbraio, la sua Indigenous Peoples Policy. Per comprenderne la portata è necessario spiegare come funziona il Fondo Verde collocando adeguatamente questo strumento di “accountability” e gestione delle possibili ricadute dei programmi di adattamento e mitigazione.

Anzitutto, il Fondo Verde è un’entità istituita dalla Conferenza delle parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici per finanziare programmi di adattamento e mitigazione in ottemperanza con gli impegni presi nell’Accordo di Parigi. Le politiche ed i programmi vengono approvati dal Consiglio Direttivo, nel quale è rappresentato anche il nostro paese, mentre il Segretariato del Fondo, con sede a Song-Do è un organismo snello e di appoggio ai paesi destinatari dei finanziamenti. Infatti, a differenza di altri fondi o banche multilaterali di sviluppo, in questo caso sono i paesi destinatari a fare la parte del leone, secondo il principio consolidato di “country ownership”, ossia di centralità delle loro priorità di sviluppo e dei piani climatici. Quei paesi hanno istituito delle Autorità competenti, (Nationally Designed Authorities – NDA) che hanno facoltà di convocare processi di consultazione “multistakeholder” per fornire la cornice di riferimento nella quale poi gli esecutori dei progetti andranno ad elaborare le loro proposte. Esecutori sono le entità accreditate, sia internazionali (istituzioni finanziarie private e internazionali, ONG, Agenzie ONU) che nazionali, cui spetta di assicurare il rispetto delle clausole di salvaguardia socio-ambientale del Fondo, temporaneamente quelle dell’International Financial Corporation della Banca Mondiale. Quindi al Segretariato del Fondo spetta la “due diligence” per assicurare il rispetto delle norme e delle salvaguardie, all’NDA convocare consultazioni e agevolare la partecipazione della società civile e degli altri stakeholder, alle entità esecutrici applicare le proprie politiche e quelle del Fondo.
GCF’s architecture is characterized by strong country ownership: National Desiganted Authorities (NDAs) ensure that Accredited Entities (AEs) submit projects and programmes that benefit countries. Infographic: greenclimate.fund

In questo contesto si inserisce la “Indigenous Peoples Policy”, strumento che prevede vari livelli. Il primo è quello della partecipazione. A livello istituzionale viene istituita la figura di uno Specialista su questioni indigene, e creato un Comitato di Consulenza costituito da 4 rappresentanti di popoli indigeni di Asia, Africa, Pacifico, e America Latina. Vengono poi definiti i criteri per assicurare la partecipazione piena ed effettiva dei popoli indigeni ad ogni livello di attività del Fondo, fornendo indicazioni ai governi ed alle entità che implementeranno i programmi, e riconoscendo la centralità del Consenso Previo Libero ed Informato, secondo quanto stabilito dalla Dichiarazione ONU sui Diritti dei Popoli Indigeni (UNDRIP).  Senza consenso non sarà possibile presentare progetti all’attenzione del Consiglio Direttivo. Qualora ci fossero possibili ricadute dei progetti previsti, gli esecutori dovranno mettere in atto un Piano di gestione e di partecipazione dei popoli indigeni. Vengono riconosciuti il diritto all’autodeterminazione, all’accesso ed utilizzo delle risorse naturali, alla terra ed ai territori ancestrali. Un tema centrale è quello della capacità delle agenzie nazionali di comprendere e attuare buone pratiche di partecipazione e di mitigazione degli impatti socio-ambientali disegnate sulla specificità dei popoli indigeni. Per questo motivo il Fondo prevede programmi di sostegno e capacitazione (Readiness).
Il secondo elemento in gioco è quello del “do no harm”, ossia la prevenzione di qualsiasi forma di impatto negativo sui diritti delle comunità indigene eventualmente impattate dal progetto. Saranno quindi elaborate delle linee guida che andranno ad integrare clausole di salvaguardia già esistenti da un lato e, dall’altro, le nuove misure relative alla “politica” di gestione sociale ed ambientale adottata proprio nel corso della 19esima riunione del Board. Le linee guida, di fatto, forniranno la cornice operativa entro la quale verrà data attuazione alla politica indigena.
Terzo elemento è quello del “do good”, ossia dell’assicurare benefici sociali, ambientali ed in termini di miglioramento delle condizioni materiali delle comunità.

Foto: E. Benavides/Thomson Reuters Foundation

Il quarto elemento, che dovrà essere maggiormente sviluppato, concerne invece il contributo diretto che i popoli indigeni potranno dare con programmi e progetti da loro stessi elaborati sulla base delle loro conoscenze ancestrali. L’Accordo di Parigi, su questo tema, segna quindi un importante passo in avanti: viene creata infatti una una piattaforma di dialogo e scambio di buone pratiche tra indigeni e stati e, al contempo, viene riconosciuto ai primi un ruolo di primo piano.
Infine, le organizzazioni indigene chiedevano la creazione di un Fondo dedicato per i loro progetti con modalità di accesso diretto. Una questione assai complessa, data la struttura stessa del Fondo, ma che è stata comunque affrontata con grande flessibilità. Si prevede che il Board possa decidere, a sua discrezione e per quei programmi volti alla risoluzione di particolari vulnerabilità, di finanziare direttamente organizzazioni indigene, sempre comunque con l’avallo del paese in questione.
Nel complesso questa “policy” è considerata – almeno sulla carta – quella qualitativamente più elevata adottata da un Fondo internazionale, al punto da rappresentare un “benchmark” di riferimento anche per tutti gli altri Fondi, le altre iniziative di finanziamento sul clima e per il settore privato. Inoltre, l’Indigenous Peoples Policy integra e risolve alcuni punti rimasti in sospeso nell’Accordo di Parigi che, nella sua formulazione finale, prendeva solo atto dell’importanza dei popoli indigeni senza però sancire alcun impegno concreto ed effettivo.

* Francesco Martone, consulente della Tebtebba Foundation per questioni relative a diritti dei popoli indigeni e finanza per il clima, segue da cinque anni le attività e le iniziative del Fondo Verde per il Clima. Dal 2008 al 2016 ha lavorato per Forest Peoples Programme, accompagnando le delegazioni indigeni ai negoziati ONU sul clima, In Italia è portavoce della rete In Difesa Di, per i Diritti Umani e chi li difende.