Stefano Stranges: 
The victims of our wealth 
Congo 2016

5 dicembre 2017

Coltan, in altre parole, il minerale che ognuno porta in tasca, è oggetto di una lunga catena commerciale che implica gravi conseguenze in termini di diritti umani e ambientali: é utilizzato nella produzione di vari materiali ad alta tecnologia ed è fondamentale per la creazione di smartphone. Stefano Stranges ha documentato la vita dei minatori che lo estraggono in Congo.

Il Coltan, ovvero il minerale che ognuno di noi porta in tasca, è oggetto di una lunga catena commerciale che implica pesanti conseguenze sui diritti umani e ambientali.

Questo minerale, utilizzato nella produzione di svariati materiali di alta tecnologia, è soprattutto fondamentale per la realizzazione degli smartphone. Il consumo compulsivo e il rinnovo costante di questi oggetti ha fatto sì che dalla fine degli anni ’90 il commercio del Coltan sia cresciuto in modo esponenziale. Da qui gli sfruttamenti da parte delle grandi multinazionali e le conseguenze catastrofiche nei confronti delle popolazioni di territori come il Congo, essendo questa terra grande riserva di Coltan.

Il mio progetto fotografico parte quindi da questa zona del mondo, in quanto primo anello di un processo che comincia con l’estrazione del minerale e, passando dalla produzione dell’oggetto (sud est asiatico) e relativo utilizzo spropositato in ogni angolo del globo, finisce nelle immense discariche africane (Ghana in particolare).
Le foto qui presentate sono parte del risultato della prima tappa.

Visitando la regione del Nord Kivu, in particolare il territorio del Masisi, dove sono concentrate molte delle miniere di Coltan del paese, ho affrontato le principali problematiche della popolazione dei villaggi circostanti. Questo territorio è a prima vista una landa paradisiaca, dai verdi prati ricchi di pascoli e di terreni acquistati per lo più dai ricchi politici e imprenditori del Paese. Al suo interno però il paesaggio è interrotto da migliaia di tende di plastica bianche dei campi profughi affollati di famiglie che scappano dai vicini villaggi in un contesto caratterizzato dalla presenza di gruppi ribelli mossi dalla sete di potere.

La mancanza sostanziale di alternative per sopravvivere e lo scarsissimo livello di scolarizzazione costringe la popolazione di tutto il territorio ad essere schiavi all’interno delle loro terre e a lavorare come minatori, con dei livelli di sicurezza pari a zero. I villaggi a ridosso delle miniere, come ad esempio Rubaya, sono abitati da centinaia di famiglie spezzate, dove una vedova o una madre spesso non può nemmeno piangere il corpo del proprio caro, sepolto e abbandonato dentro le voragini della montagna. I diritti e i sostegni di queste donne da parte delle compagnie minerarie sono inesistenti; gli aiuti per sopravvivere arrivano soltanto dalle ONG che operano sul campo.

Stefano Stranges sarà con noi alla terza edizione del Festival dei Diritti Umani di Milano, dal 20 al 24 marzo 2018.

Miners in Luwowo Coltan mine. They are securing the point with logs of wood.
Inside the meeting tent of one Refugee Camp in Rubaya town. People come from 15 villages and 3 Zones (MASISI, WALIKALE and KALEHE in south Kivu).
On the background: these is what was written in the wall of the Internal displaced people, showing the date the Camp was created, it could be that it was somewhere else in the past and is showing the zone those people came from.
Feresita live inside the refugees Camp of Rubaya. She has been shot on the face and her husband has been killed during the war.

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