Verità e giustizia per Giulio, per ognuno di noi

Se il mondo reale fosse quello dei social network oggi avremo l’intera umanità che chiede #VeritaPerGiulioRegeni.
Danilo De Biasio
Direttore del Festival dei Diritti Umani
Purtroppo quello non è il mondo reale. E’ semmai un microcosmo di persone mediamente istruite, attive, sensibili. E’ una minoranza, ma è una minoranza che non si è arresa di fronte alla montagna di bugie, di reticenze, di depistaggi che ha da subito contrassegnato l’inchiesta su Giulio Regeni. Una minoranza attiva che urla la sua richiesta di giustizia, che ci mette almeno un click. Non è poco.

Non è poco perché se non ci fosse questo attivismo digitale probabilmente la vicenda di Regeni sarebbe già stata archiviata come un crimine irrisolto.

Sarà anche cinico dirlo ma i morti non sono tutti uguali: alcuni diventano simboli, altri, purtroppo, solo numeri. Giulio Regeni è diventato un simbolo per la sua orribile fine: torturato e ucciso. Chi di noi non ha immaginato le indicibili sofferenze a cui è stato sottoposto? Giulio Regeni rappresentava la giovane voglia di conoscere, di combattere gli stereotipi. Era il ricercatore che dall’estremo est italiano, freddo e controllato, aveva scelto il garbuglio mediorientale. Era l’anti-bamboccione.
Con queste caratteristiche è scattato il primo livello di empatia: Giulio era uno di noi, un nostro amico, nostro figlio che era andato all’estero per cercare lavoro.
La seconda leva che ha permesso alla vicenda Regeni di non essere confusa tra le altre è stata la reazione immediata dell’Ambasciatore Maurizio Massari e la forza della sua famiglia. Il primo non ha creduto alle bugie che le autorità egiziane avevano già confezionato; i familiari di Giulio pur concedendosi pochissimo alle telecamere hanno saputo imporsi, trasformando il loro dolore privato in denuncia pubblica. E’ successo altre volte in Italia: con Ustica, ad esempio, con Stefano Cucchi, ancora recentemente. I familiari come argine ai tentativi di insabbiamento e come pungolo instancabile delle autorità pubbliche.
Il terzo motivo per cui siamo in tanti in questi giorni a ricordare Giulio Regeni è proprio la somma dei primi due: se Giulio era uno di noi e se vogliono ucciderlo una seconda volta noi società civile dobbiamo darci da fare. Questo spiega le tante iniziative, i braccialetti gialli&neri che indossiamo, gli striscioni appesi sui palazzi comunali e università.
Basta? No, non basta. La storia italiana insegna che quando nei delitti sono coinvolti pezzi dello stato le indagini sono immediatamente inquinate. Lo stato non si lascia processare. Ne abbiamo avuto una prova venerdì scorso, quando insieme ad Amnesty International, Cospe, AOI e Ordine degli Avvocati di Milano abbiamo organizzato un convegno dal titolo “Non solo Regeni”.

Con l’aiuto di testimonianze toccanti – su tutte il medico Ahmed Said e il consulente della famiglia Regeni Ahmed Abdallah – abbiamo ricevuto la conferma di questa amara verità: Giulio Regeni ha potuto essere torturato e ucciso perché l’Egitto era già il regno del terrore e dell’arbitrio in nome della lotta al terrorismo. Dove un diritto umano elementare come quello della vita viene così spesso violato non dobbiamo stupirci se accade anche ad uno studente italiano.
Non dobbiamo stupirci ma dobbiamo indignarci, per impedire che accada di nuovo.
Radio popolare, media partner del Festival dei Diritti Umani così oggi ha fatto il punto dell’inchiesta su regeni a un anno dalla sua scomparsa e uccisione.

 

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