Lo stato degli ospedali nella Siria dilaniata dalla guerra

di Chiara Cruciati
da Reset.it 

 
Tra le macerie della guerra civile siriana è sepolto anche il sistema sanitario del paese, fino al 2011 considerato uno dei migliori della regione. Gratuito quello pubblico, specializzato, una rete che insieme alle cliniche private si fondava su un’industria farmaceutica che riforniva di medicinali 50 paesi del mondo e che non necessitava di importazioni: nove medicinali su dieci erano prodotti nel paese.
Oggi, a cinque anni dallo scoppio del conflitto, oltre due terzi degli ospedali sono stati danneggiati o distrutti, resi inutilizzabili da raid e scontri quotidiani, mentre il 90% della produzione farmaceutica è evaporata, costringendo il governo di Damasco ad importare da Russia, Iran e Cuba i prodotti basilari. Le ultime settimane hanno visto un aumento dei bombardamenti sulle cliniche del paese (grave violazione del diritto internazionale), in particolare nel nord, ad Aleppo e Idlib, dove governo e gruppi di opposizione moderate e islamiste si contendono il terreno necessario a garantirsi un posto al sole al futuro negoziato, se mai uno ce ne sarà.
A fornire un minimo di assistenza sanitaria sono le Nazioni Unite, la Croce Rossa e le ong internazionali che però non riescono ad arrivare ovunque: le linee del fronte sono quasi inaccessibili e nelle comunità assediate dal governo o dalle opposizioni non si entra. E la popolazione muore per malattie curabili: problemi ai reni, alcuni casi di tumore prima trattati nelle cliniche specializzate, malattie una volta sradicate e oggi riesplose a causa delle scarse condizioni igieniche (tubercolosi, polio, epatite, tifo), arrivano ad uccidere. Uccidono ad una velocità tanto impressionante da aver fatto crollare di 20 anni l’aspettativa di vita in un solo quinquennio: da 75 anni a 55. Un dato spiegabile anche dalla precoce morte dei bambini: due anni fa era stato calcolato che la percentuale di vaccinazione era passata dal 90% del periodo prima della guerra al 50% nel 2014.
I dati pubblicati pochi giorni fa fanno spavento: secondo un rapporto della Syrian American Medical Society (Sams), che gestisce cliniche sia nel paese che nei campi profughi negli Stati d’accoglienza dei rifugiati, circa 200mila vittime delle 470mila totali calcolate dall’Onu sono morte per malattia. Quasi la metà. Non uccisi da raid aerei, scontri urbani o missili, ma uccisi dalla scomparsa del sistema sanitario siriano. «Casi semplici, in cui i pazienti potrebbero essere facilmente salvati, si traducono nella morte perché non abbiamo l’equipaggiamento medico di base», spiega il dottor al-Kanani dell’ospedale di Saraqeb alla piattaforma Syria Direct.
Negli ospedali, una volta fiore all’occhiello del Medio Oriente, manca tutto. Quelli ancora in piedi sono quasi vuoti: le medicine scarseggiano, i macchinari salva-vita sono pochissimi e quelli ancora utilizzabili sono spesso fermi a causa dei frequenti blackout elettrici. La scarsa insulina a disposizione spesso va buttata perché i frigoriferi sono spenti per gran parte della giornata. In migliaia muoiono per attacchi di cuore, tanti altri per diabete, altri ancora perché non possono più accedere alle terapie, che si tratti di chemioterapia o dialisi. Molti medici e infermieri sono fuggiti, parte di quei 5 milioni di siriani rifugiati oltre confine: tra il 2011 e il 2013, secondo Physicians for Human Rights, circa 15mila lavoratori della sanità se ne sono andati, 687 sono stati uccisi nei primi quattro anni di conflitto.
Ancora peggiore la situazione nelle zone occupate e controllate dallo Stato Islamico, in particolare in quella che il “califfato” ha battezzato propria capitale, Raqqa: il sistema sanitario è collassato provocando un aumento innaturale e repentino delle malattie contagiose e le infezioni della pelle.
Una pezza provano a metterla i siriani stessi: ai corsi di preparazione e addestramento più rapidi per formare giovani anestetisti e infermieri, hanno affiancato una rete di cliniche “underground”, sotterranee, per dare sollievo alla popolazione. Dentro bunker o tra le montagne, dove si spera di fuggire ai bombardamenti, sono nati piccoli ospedali: la Syrian American Medical Society ne ha aperti 22 in aree sotto assedio dove si calcola risiedano ancora 800mila persone, senza accesso a cure mediche e spesso a cibo e acqua.
Come lavorano? Ai limiti, spiega Zaher Sahloul della Sams: con gli impianti elettrici quasi del tutto distrutti, recuperano energia con generatori a diesel. E dove il carburante non arriva, la si crea con gli escrementi degli animali. La scarsità di medici e infermieri viene affrontata usando la rete internet, quando possibile: con videochiamate, telecamere in terapia intensiva e application sugli smartphone i team medici in Siria restano in contatto con i colleghi negli Stati Uniti che offrono consigli e terapie. «Questo è il solo modo per sapere da fuori cosa succede e di cosa c’è bisogno – conclude Sahloul – Così posso controllare i pazienti e parlare con gli infermieri sul posto, dare loro consigli».