Razzismi 2.0

19 novembre 2018

Odio online, razzismi 2.0, hate speech e ostilità verso l’altro: la diffusione di azioni e linguaggi violenti nel Web preoccupa chi cerca risposte educative. Il libro di Stefano Pasta – destinato a insegnanti, educatori, operatori sociali, studenti, decisori politici e cittadini – propone un nuovo modo di pensare la media education, facendola uscire dal recinto dell’educazione formale per promuoverne l’incontro con la prevenzione e la cittadinanza. Insieme al pensiero critico occorre sviluppare responsabilità; in questa direzione sono analizzate le varie caratteristiche dell’ambiente digitale, come la velocità, l’anonimato, l’autorialità, il ruolo delle immagini e del flaming, nonché alcune conversazioni via social network sulle performances razziste degli adolescenti:un caso di etnografia virtuale, ma anche un tentativo di educazion e alla riflessività.

Riportiamo alcuni estratti con il consenso dell’autore.

 

INTRODUZIONE 

«Io non sono un sognatore sociale e politico:

io sono un educatore di ragazzi vivi,

ed educo i miei ragazzi vivi

 ad essere buoni figliuoli,

 responsabili delle loro azioni,

cittadini sovrani»

(Lorenzo Milani,1965).

 

 

 

Nell’ambiente digitale si assiste a frequenti manifestazioni di pensiero prevenuto, spesso collegate a performances violente, banalizzate e socialmente condivise. In particolare proliferano il discorso razzista e la sua accettazione sociale, facilitata dal proporre idee svuotate di raffinatezza dottrinale e approfondite teorizzazioni.

Allo stesso tempo, online diviene virale anche un altro tipo di manifestazioni: un adolescente che su Facebook reagisce agli insulti verso un coetaneo “diverso”; una contronarrazione sul valore dell’accoglienza dei profughi che ottiene migliaia di condivsioni; un hashtag che, nato in modo spontaneo, diviene trend topic su Twitter per contrastare l’errata associazione tra musulmano e terrorista. E ancora: il gesto di un calciatore che si trasforma in una campagna contro l’ennesimo gesto razzista; la mobilitazione che, a colpi di click, ottiene la chiusura di una pagina di inciitamento all’odio. Sono dunque altrettanto reali gli “anticorpi”, performances antirazziste, narrazioni alternative, singoli o gruppi che reagiscono di fronte all’elezione di un bersaglio. Perché, con Hölderlin, «là dov’è il pericolo cresce anche ciò che salva».

La banalizzazione delle pedagogie d’odio e la deresponsabilizzazione dello stare in Rete pongono una sfida educativa. Per individuare efficaci prassi di intervento è necessario analizzare le diverse – e nuove – forme assunte dal pensiero prevenuto nel Web. Richiamandosi alla “sfida della complessità”, occorre basarsi non solo su teorie monocausali, ma su un approccio multidimensionale (componenti razionali ed emotive, contesto socioculturale, caratteristiche innate della mente umana). In questo senso, il pensiero prevenuto va letto anche alla luce degli aspetti affettivo-emotivi e non solo razionali, come mostrano le recenti scoperte delle neuroscienze e le loro applicazioni nel campo educativo e della didattica.

L’ambiente dell’analisi proposta in questo libro è il Web 2.0, inteso come “realtà aumentata”, come uno spazio non contrapposto al reale ma segnato da proprie specificità. […]

Nella vastità della Rete, riemerge la ricerca identitaria della “frontiera”, che – offline e online – è un termometro del mondo, produttrice di cultura e di identità, tanto del singolo quanto della collettività. Si tratta di una linea immaginaria e al contempo realissima, inafferrabile, indefinibile, non-materiale. Dal Mediterraneo al Web la frontiera insieme separa e unisce, ma è sui margini di queste “linee” che si giocano le sfide del mondo contemporaneo.

Dall’analisi delle manifestazioni d’odio online, emerge un fatto rilevante: la separazione tra razzismi espliciti e latenti – tra quelli più condannati e quelli de facto accettati – teorizzata dalla letteratura degli ultimi decenni, diventa molto più labile online, superata tra link, “mi piace”, meme e immagini, evocazioni e condivisioni. Le modalità della cultura convergente e della partecipazione sociale 2.0 diffondono e normalizzano le teorie razziste più esplicite, amalgamandole, tra condivisioni sui social network e deresponsabilizzazione degli utenti, con forme più latenti (e accettate) di pensiero prevenuto. Il processo di accettazione sociale, che spesso passa dalla critica al “politicamente corretto”, dall’ironia e dalla pretesa di «non essere preso sul serio», trova nel Web, percepito come anarchico, disimpegnato e libero, uno spazio in cui continuare e aumentare un fenomeno già in corso offline, ossia l’interiorizzazione di istanze neorazziste.

[…]

Dal punto di vista educativo, invece, l’odio online va inserito nello spettro di comportamenti scorretti in Rete, chiamando in causa sia l’educazione interculturale, sia la media education.  In questi anni, i concetti e le prassi dell’educazione interculturale sono stati rinnovati intorno a una visione di identità dinamica e soggettiva che rispetti le differenze senza trascurare la necessità di un progetto di coesione sociale […].

La media education è inoltre chiamata a produrre riflessione sulla presunta libertà della Rete e la libertà «di dire quello che si vuole», potenziale premessa a un discorso d’odio e di discriminazione. Va invece affermato il concetto di libertà positiva proposto da Martin Buber, una “libertà di” essere persone inserite in un contesto, persone in grado di esprimere una propria idea, aperte all’incontro con l’altro, in relazione con le opportunità che offre la società circostante, compresa quella aumentata del Web. Spiega il teorico del principio dialogico Io-Tu (2009, p. 47): «Si tende a considerare questa libertà, che si può chiamare evolutiva, come opposto della costrizione, dell’essere-obbligati-a. Ma l’opposto della costrizione non è la libertà, bensì lo sperimentare un legame. La costrizione è una realtà negativa, sperimentare un legame è una realtà positiva. La libertà è una possibilità, la possibilità riconquistata. Essere costretti dal destino, dalla natura, dagli uomini: il suo opposto non è essere liberi dal destino, dalla natura e dagli uomini, bensì essere legati e alleati al destino, alla natura, agli uomini».

In quest’idea di libertà della Rete, intesa come possibilità a cui tendere e non come assunto aprioristico, vi è dunque la base di un serio progetto che unisca educazione alla cittadinanza interculturale ed educazione alla cittadinanza digitale. L’affermarsi di società sempre più multiculturali e lo sviluppo pervasivo dei media hanno portato il mondo nella nostra quotidianità, avvicinando l’esperienza dell’esterno da noi in modo sempre più forte. Questa vicinanza, tuttavia, può rimanere apparente: non è sufficiente nascere in una società multiculturale e multischermo per essere “nativi interculturali” e “nativi digitali”; si può vivere accanto a persone di origine diversa senza incontrarle veramente, così come la ricchezza polifonica offerta da Internet per connettersi al mondo può rimanere chiusa in uno spazio individuale, divenendo magari uno spettacolo da guardare senza mettere in gioco una relazione tra gli interlocutori. Educazione interculturale e alla cittadinanza digitale si uniscono quindi nell’affermare il valore della responsabilità verso gli altri […].

 

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