Cronache dal Festival 2018: secondo giorno

22 marzo 2018

di Angelo Miotto e Nicola Chiappinelli
Foto: Leo Brogioni

 

Un #occhioalpianeta, come dice il nostro hashtag, e uno alla terra, intesa però con la “t” minuscola. Quella che dimentichiamo di avere sotto i piedi: che ci dona da mangiare, che coltiviamo, che spremiamo fino ad impoverire e in cui restano radicati tutti i nostri peggiori comportamenti.
Ecco perché il secondo giorno del Festival dei Diritti Umani 2018, inaugurato martedì alla Triennale di Milano, è partito con un messaggio rivolto ai tanti studenti del Salone d’Onore direttamente da Foggia, lì dove quest’anno Libera ha deciso di organizzare la sua manifestazione nella giornata delle vittime di tutte le mafie. Vittime del caporalato, agricolo ma non soltanto; degli sfruttamenti intensivi; della mancanza di mezzi e risorse; della debolezze sociali, economiche e strutturali che costringono tante persone ad abbandonare la propria terra, appunto.

 

Serve uno sforzo “resistente”. Come il grano studiato in Etiopia da Matteo Dell’Acqua, genetista presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che ci ha raccontato di piante speciali che resistono alla siccità e alle malattie, e di «agricoltori di sussistenza» che raccolgono ciò che basta loro per sopravvivere, lì dove l’irrigazione necessita di limiti. Perché l’acqua non è una risorsa infinita, come ha spiegato il ricercatore del Politecnico di Milano Daniele Bocchiola, ed è fortunato chi più ne ha, visto come il riscaldamento globale influisce sulle precipitazioni e sul bilancio energetico della Terra.

Un futuro a tinte fosche come è il presente fotografato da Silvia Tenenti nel progetto “Terra dei fuochi”, sguardo su luoghi in cui ogni famiglia ha in casa«una persona affetta da malformazione o tumore». Oppure come i racconti dal mondo del lavoro recuperati da Farneto Teatro e recitati con passione da Elisabetta Vergani.
Ma da ogni presa di coscienza, anche la più triste, nascono forme di progresso. E si ritorna di nuovo a Foggia, lì dov’è partito il nostro viaggio di volti e testimonianze di oggi, ma stavolta con un nuovo piglio, quello del simpatico Giuseppe Savino e del suo VàZapp’,  primo hub rurale di Puglia. Un’idea per unire tradizione e innovazione, e un invito materiale a tornare a prendersi cura della terra.

Metropoli e speranze, il ruolo delle città e delle architetture che attraversano la società, con cittadini che sono tutti, i residenti, i nuovi venuti, quelli che abbandonano terre e territori divenuti inospitali o pericolosi proprio per gli effetti del climate change. David Miller, direttore Nord America di C40 – una Ong che riunisce le metropoli e megalopoli di tutto il mondo e che costruisce sul clima un punto di crescita politica e di scambio di esperienze – ne ha paralto con Stefano Boeri, architetto e presidente de La Triennale. Le riflessioni che sono stati ispirate da Paolo Foschini di Buone Notizie/Corriere della Sera hanno spaziato dai numeri concreti alle forme di rappresentanza e di governo e di partecipazione: Boeri racconta di un esperimento che hanno affrontato con il suo Studio; tutte le città della terra, dai piccoli centri alle megalopoli costruiscono una enorme città che occuperebbe – fatte le somme – il 3% della superificie del globo. Eppure, quel 3% è responsabile della creazione del 75% di Co2 inquinante. E in quella città immaginaria e sterminata il 30% della popolazione è povera. Una simulazione che ha portato direttamente i relatori sul tema dei profughi ambientali e del loro numero, che cresce esponenzialmente senza che vi sia una percezione reale di una migrazione che sarà il tema del futuro. E che si potrà smontare solo smontando i meccanismi che creano il problema.

Per questo le città, più che gi Stati, potranno essere dei luoghi di sperimentazione di nuove convivenze, che appaiono in previsione come una necessità per la polarizzazione nei centri densamente abitati di chi scappa dai mutamenti climatici.
E per organizzare nuove politiche e nuove prassi, in maniea da modifcare già nelle reti più capillari della convivenza civile le abitudini e le economie che incidono sui mutamenti climatici. La città come speranza, quindi, ma una città che guarda ad esempi di costruzione di convivenze.

Non è mancata una domanda sul caso Norcia, che ha visto sotto indagine della magistratura la struttura temporanea, disegnata dallo Studio Boeri e costruita gratuitamente per le attività culturali di una città distrutta dal sisma. Il viso di Stefano Boeri vale più degli aggettivi: è lo stupore per un provvedimento inatteso e incredibile, nel senso letterale della parola. . Un luogo utile, costruito secondo le regole che chiedevano un utilizzo temporaneo che viene preso di mira dalla magistratura. “Non è solo burocrazia, c’è una sorta di perversione”. Sconcerto. Stupore.

Le foto di Stefano Stranges, che ha mostrato anche dei backstage del suo lavoro esposto in mostra qui al Festival dei Diritti Umani di Milano e realizzato con la collaborazione di Terre des Hommes, hanno portato poi al film: Petit Paysan, di Hubert Charule, due premi cesar e tanta bella critica in Francia per un film che ha visto anche un casting per le protagoniste di una storia particolare: le vacche.

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