Di guerre e di pace. Il tema del Festival dei Diritti Umani 2019

4 febbraio 2019

In ogni piazza, in ogni nazione, ci sono monumenti che ricordano le guerre. Sapreste indicarne alcuni che celebrano la pace?

di Danilo De Biasio
direttore del Festival dei Diritti Umani

Ramses II, quasi 2000 anni avanti Cristo, si è fatto ritrarre mentre uccide con un solo gesto nemici di diverse nazioni. A Palazzo Altemps c’è uno straordinario sarcofago che racconta una sanguinosa battaglia fra i vittoriosi soldati romani e i miliziani barbari che chiedono – invano – pietà. Uno dei capolavori di Velasquez è la Resa di Breda. Circondato da una selva di lance, Giustino di Orange-Nassau consegna le chiavi della città al capo dei mercenari spagnoli, Ambrogio Spinola, che, magnanimamente, non lo obbliga ad inginocchiarsi. E poi c’è l’incommensurabile dipinto di Picasso, Guernica, con il ghigno del cavallo e i corpi umani urlanti di dolore.

Proprio perché il genere umano è intriso di violenza, la quarta edizione del Festival dei Diritti Umani ha deciso di occuparsi di guerre e di pace. Guerre al plurale. Perché i conflitti odierni, anche se come è sempre accaduto, uccidono civili e distruggono le città, sono diversi dal passato. Perché le tecnologie usate per annientare possono essere usate per progetti di pace. Perché senza diritti uguali per tutti la pace è solo una parentesi fra la guerra di ieri e quella di domani.

L’approccio del Festival non sarà solo storico: abbiamo cercato testimonianze, pratiche positive, visioni del futuro. Abbiamo scandagliato posti lontani – secondo l’Atlante delle guerre sono in corso almeno 34 conflitti, una nazione ogni cinque – ma a volte ci è bastato guardare vicino a noi. Negli occhi di alcuni migranti, ad esempio.

In continuità con le precedenti edizioni, anche il Festival 2019 si concentrerà sul linguaggio quotidiano, che contraddistingue la nostra epoca.

Ci sono minuscoli segnali, apparentemente insignificanti, che descrivono il pericolo d’imbarbarimento: per esempio la richiesta di definire la “razza” di appartenenza su un modulo dell’Ausl di Bolzano. “Errore di traduzione”, hanno balbettato i dirigenti sanitari. In realtà è il lapsus di un intero periodo storico. Dietro quella sciatteria c’è, se non la banalità del male, la normalità del male, perché viene restituita dignità ad un concetto considerato insensato perlomeno da mezzo secolo, da quando nascere ebreo significava essere inferiori, non avere diritti, essere stück, oggetti.

La razza richiama il concetto di superiorità e inferiorità. E la superiorità, per i razzisti, non si pesa in benessere, giustizia, diritti, opere d’arte ma in aggressività, privilegi, arbitrarietà, muri. Amplificati dal linguaggio ansiogeno della politica e del giornalismo, questi concetti preparano una nuova guerra. Esserne consapevoli è il primo passo per provare a costruire un’alternativa alla guerra permanente. Come invitiamo a fare fin dalla prima edizione del Festival: guarda, partecipa, reagisci.

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