Israele-Palestina: Fabrizio De André aveva capito tutto

Fabrizio De André aveva già capito tutto. Nel “Il testamento di Tito”, scritta tra il 1968 e il 1970, Faber rende protagonista uno dei due ladri crocifissi insieme a Gesù, facendo risaltare in modo poetico il valore universale e intangibile della vita e la vergogna dell’ingiustizia: «guardate la fine di quel Nazareno e un ladro non muore di meno». Quella strofa mi è tornata in mente quando ho visto su Twitter ho letto questo messaggio

Bastava aver ascoltato una sola volta De André per capirlo: un missile che uccide tua figlia è un orrore a chiunque accada e ovunque accada. Quella morte non fa guadagnare un solo grammo di sicurezza in più ad uno stato, anzi crea la giustificazione per la prossima guerra. Citando De André un bambino palestinese non muore di meno di un bambino israeliano. 

Sarebbe potuta finire qui. Ma in quelle poche righe c’è molto altro. Perché si continua pervicacemente a mettere in contrasto la sicurezza (e dunque il “diritto di difendersi”) di Israele e i diritti per i palestinesi? Se ad una popolazione non vengono garantiti si creano i presupposti per la sua ribellione, con l’obiettivo legittimo di ottenerli. Calpestare i diritti genera azioni che mettono a rischio la sicurezza della popolazione che opprime, e non viceversa. 

Qualcuno potrebbe far presente che quel tweet rappresenta una sorta di svolta: come ha scritto il giornale conservatore Jerusalem Post troppe immagini di sofferenze palestinesi mettono in crisi «la reputazione di Israele». La reputazione. Un po’ come è successo con la “napalm girl”, la ragazzina terrorizzata, nuda e ustionata, che scappa dal suo villaggio dato alle fiamme dalle truppe filostatunitensi durante la guerra in Vietnam. Forse succederà anche con Israele.

Però c’è anche il bicchiere mezzo vuoto. Perché in quel messaggio c’è una forma inconsapevole di razzismo: perché si deve arrivare alla violenza di quella immagine per recuperare empatia per le vittime? Probabilmente perché la narrazione del conflitto israelo-palestinese da parte – uso una semplificazione – occidentale prevede che ci sia una democrazia, Israele, più simile a “noi”, perennemente minacciata da un’indistinta orda araba. Hamas comanda su un pezzetto di Palestina? Sui media occidentali quel particolare diventa il tutto. I razzi delle milizie islamiste lanciati alla cieca sulla popolazione civile di Israele sono una barbarie? Assolutamente sì. Ma quelli lanciati dalle forze armate israeliane su una città lo sono altrettanto. 

Chi davvero vuole impedire che questa orribile faida mediorientale crei conseguenze nel resto del mondo dovrebbe interrogarsi su questo rischio. Il sociologo francese Etienne Balibar ne ha parlato recentemente al Centro Hannah Arendt spiegando che chi « cerca di combattere le discriminazioni e di combattere la violenza, deve dar prova della stessa intransigenza di fronte all’antisemitismo e all’islamofobia, non malgrado l’esistenza di conflitti acuti tra ebrei e musulmani (dovrei dire; evidentemente: alcuni ebrei e alcuni musulmani, ma sono numerosi), ma per la ragione stessa di tali conflitti e della capacità che possiedono di nutrire in tutta la società un razzismo mortale. Non c’è e non ci può essere priorità nella critica, per non parlare dell’oscenità che sarebbe una preferenza».

 

Danilo De Biasio